Io sono vegan – l’insidia dell’etichetta

Danilo Anello ⋅ Storie di vite veg ⋅ 18 gennaio 2017 ⋅ Versione per Stampa

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Mi chiamo Danilo, e non mangio prodotti di origine animale, non indosso pelli o pellicce, non mi intrattengo con spettacoli circensi che contemplino lo sfruttamento di povere bestie, provo ad oppormi attraverso le mie scelte alla deforestazione, sfruttamento del suolo, inquinamento atmosferico, peggioramento delle condizioni di salute e conseguente aumento dei costi della sanità dovuti ad  una scorretta alimentazione”…

Questa è la presentazione funzionale di chi, come me, voglia rispondere alla domanda:

“Gradisci una fetta di pizza con mozzarella e prosciutto?”, perché chi come me ha fatto una scelta etico/alimentare sostenibile, incorre continuamente in mille domande, a volte curiose e costruttive, ma il più delle volte critiche e mirate a coglierti in fallo.

Ma da oggi, signore e signori, non dovete più preoccuparvi di annoiare i vostri uditori con spiegazioni e schede tecniche della vostra giornata tipo!

Bastano due sole paroline: “SONO VEGAN!”, ed ogni dubbio sarà dissipato… (ma sarà davvero così?)

Nella mia cortissima esperienza da vegano (solo 4 anni) mi è capitato più volte di interrogarmi sul potere di un’etichetta.

Solitamente si tende alla semplificazione onde evitare perdite di tempo, ma il più delle volte, a mio avviso, il potere dell’etichetta rischia di aggiungere un mattone al muro della separazione, della differenziazione.

Io non mi sento diverso dalle altre persone, ma il definirmi qualcosa di rigido, come l’essere cristiano o mussulmano, interista o laziale, renziano o grillino, “onnivoro” (termine improprio per la nostra specie) o vegan, conduce talvolta verso derive sociali, allontanando i “diversi” e limitando le nostre esperienze a quelle congeniali al nostro status.

Sentirmi dire: “Ah, voi vegani bla bla…”, mi offende e mortifica la mia individualità.

L’ovvietà dell’unicità umana lascia il posto alla standardizzazione dei concetti, delle etnie, dei credi o degli stili.

Io ritengo che ogni essere vivente abbia il proprio carattere, le proprie propensioni, e il suo modo unico di affrontare le gioie e i dolori della vita.

Non vorrei essere frainteso: non sto affatto difendendo il mondo vegan, ma vorrei essere promotore dell’EMPATIA.

Un approccio EMPATICO verso la vita e gli esseri viventi, ci pone in una condizione di ascolto, di interesse senza preconcetti, e di curiosità.

Senza EMPATIA, il nostro campo visivo si restringe enormemente, facendoci pensare di essere gli unici stressati nel traffico, ad aver avuto una pessima giornata, ad essere giustificati quando ci arrabbiamo col mondo!

Ma ogni persona vive un dramma o combatte una guerra della quale sconosciamo l’entità, e credo sia dovere di tutti provare ad indossare i panni altrui, e tentando (non senza sforzi inauditi) a fidarci di questa umanità e della società che ogni giorno ci da segnali negativi, purtroppo…

Smettere di credere nell’Uomo equivale a smettere di credere in sé stessi, ed il giorno in cui questo avverrà, allora ci ritroveremo con le sabbie mobili fino al collo, incapaci di muovere un dito, figuriamoci trovare la forza per cambiare il mondo!!!

Come definirsi dunque?

Nel labirinto delle relazioni sociali, sembra quasi impossibile districarsi tra frasi ad effetto e spiegazioni pallose, e rischiamo spesso di dire qualcosa che mette l’interlocutore sull’attenti.

Io do molta importanza al messaggio pacifico, e so per esperienza personale, che si “vincono” più battaglie con un sorriso che con un rimprovero.

Non ho purtroppo, infine, una risposta chiara, e credo che ognuno debba esprimersi nel modo più congeniale al proprio essere, ma vorrei permettermi di gettare un sassolino nello stagno, sperando che i cerchi alla deriva non turbino la quiete o la sensibilità di chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui…

Il mio sassolino è un consiglio: partiamo sempre dal presupposto che, come è capitato ad ognuno di noi, possa arrivare un momento nel quale qualcuno mostri una faccia diversa della stessa medaglia, e che le abitudini perpetrate per anni cambino con le priorità, o con la nuova consapevolezza.

E quello che prima sembrava così normale prende una forma aliena.

Chi ha ha compiuto la scelta vegan sa cosa significhi sentirsi soli, giudicati, quasi abbandonati dalla società, minoranza scomoda all’ombra di una maggioranza spesso critica e conservativa.

Ma ogni giorno siamo di più, ed è auspicabile che presto le percentuali cambino, e saremo sempre di più a prenderci cura del pianeta e dei suoi abitanti.

Siate, se ne avete voglia, promotori di una diplomazia empatica, perché un sorriso scioglie il cuore, mentre un rimprovero lo indurisce, e noi non vogliamo un mondo ancora più duro, no?

🙂

 

Danilo Anello

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