Il male dell’inazione: un intervento

La Palermo Vegetariana ⋅ Cultura antispecista ⋅ 31 ottobre 2010 ⋅

Pubblichiamo un breve intervento dell’amico Piero Bocchiaro, psicologo sociale e ricercatore dell’Università di Palermo, oltre che autore del saggio di grande successo Psicologia del male.

Tema è il rapporto fra idea e azione quotidiana nell’ottica del rispetto della vita degli animali.

Per noi esseri umani è istintivo fuggire da ciò che genera dolore. Sia anche scrivere una pagina come questa: rievocare immagini di animali in gabbia o torturati in laboratorio, infatti, comporta (per me, almeno) una certa quota di sofferenza. L’automatismo suggerisce allora di distrarsi, di ritirarsi e tornare alle proprie cose.

Questo richiamo all’evitamento è noto a tutti. A dispetto della sincera intenzione di agire in favore degli animali, finiamo spesso nella più comoda rete dell’inazione. Con effetti che non si esauriscono nel mancato sostegno alla causa ma che coinvolgono la sfera personale: pur continuando — in apparenza — a essere quelli di sempre, la logica dell’inazione si insinua nella vita di ciascuno fino a diventare un’arida modalità operativa. Si finirà allora, col tempo, a occuparsi esclusivamente del proprio (piccolo) mondo, collezionando scelte di comodo — lo scenario, purtroppo, è più concreto di quanto si pensi. Richiamare a quel punto l’ideale animalista potrebbe servire solo a ridurre la tensione interna, regalando l’illusione di essere migliori/più buoni degli altri .

Se si vuole agire bisognerà dunque imparare a gestire l’automatismo, riconoscendo che, seppure abbia permesso la sopravvivenza della specie umana, la sua attivazione indiscriminata può ridurci al ruolo di esecutori meccanici di un copione. Le probabilità di venir fuori dall’apatia aumentano laddove riusciamo a mantenere il contatto con l’emozione originaria (compassione, tristezza, dispiacere), quella che ha innescato l’intenzione ad agire.

Una volta avviata, l’azione — ciascuno sceglierà quella più congeniale alla propria indole — apparirà meno impegnativa e dispendiosa di quanto si credeva, risultando peraltro intrinsecamente gratificante. Nell’atto di fare del bene a un altro essere senziente avremo allora fatto qualcosa di importante per noi. In più, ci saremo riappropriati della nostra dignità di esseri umani.

Stamattina leggevo alcuni estratti da I diari di Michelle Rokke (di seguito ne trovate uno), un’attivista che ha lavorato da infiltrata per un laboratorio di vivisezione. Non ho potuto, alla fine, non fare qualcosa. E ho deciso di scrivere questa pagina.

«Oggi, quando sono andata a vedere James, lui mi ha guardata fissa negli occhi e poi ha guardato a terra mentre gli dicevo addio. La maggior parte delle scimmie dello studio 3314, compreso James, saranno uccise giovedì e venerdì di questa settimana. Gli ho detto che forse non riuscirò a incontrarlo di nuovo. Lui si è avvicinato e ha premuto tutto il viso contro la gabbia fissandomi. Gli ho accarezzato la guancia sussurrandogli il mio addio, e mentre mi alzavo e lui si rimetteva nella sua solita posizione fetale ho capito, troppo tardi, che mi aveva porto il viso affinché lo baciassi.»

Immagine da marquisee.deviantart.com.

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