Ho scoperto il mio piccolo Eden

Valeria Lo IaconoStorie di vite veg ⋅ 4 febbraio 2011 ⋅ Versione per Stampa

Ricordo perfettamente il giorno in cui decisi di diventare vegetariana. Avevo guardato per caso un documentario sul trasporto degli animali al macello. Ammassati fra loro, rinchiusi e senza acqua, soffocati dal torrido clima, iniziavano il loro calvario. Ogni tanto qualche lingua cercava refrigerio nelle sbarre di metallo che costituivano quella prigione mobile.

Sentii un grande vuoto allo stomaco: come avevo potuto essere così cieca e insensibile? Avevo ventidue anni, non ero più una ragazzina! Eppure non mi ero mai chiesta da dove venisse il cibo che avevo nel piatto. La realtà era un’altra: tutto è costruito affinché il consumatore non se lo chieda. Ma questa verità l’avrei scoperta qualche tempo dopo.

Iniziai a rifiutare la carne, rossa o bianca che fosse! Ormai consideravo stupida questa distinzione costruita da una società bugiarda. Si trattava di animali uccisi, ormai lo sapevo. Cominciò il mio viaggio verso la consapevolezza. Avevo ancora molto da imparare e purtroppo tanto da inorridire. Appresi che l’uccisione di esseri viventi era solo uno dei motivi che potevano spingere a diventare vegetariani. «La mia quindi è una scelta etica», realizzai. Ma le altre motivazioni erano affini: scelta ecologica, salutistica, economica e sociale. Lo scenario che mi si aprì era squallido quanto scontato: «Tutto è mosso dai soldi. L’Occidente ingrassa a suon di bistecche a discapito della maggior parte della popolazione mondiale che agonizza nascosta al resto del mondo!» Questo pensiero mi ferì l’anima.

Quando finalmente mi sembrò di aver chiare le cose, crebbe in me la voglia di condividere con gli atri quello che avevo appreso. Li volevo fare partecipi degli orrori che ci circondavano. Mi scontrai contro un muro di granito. Per quanto mi sforzassi, dall’altra parte ricevevo rabbia e insulti. Queste reazioni mi fecero imbestialire! Venivo insultata, provocata e derisa perché avevo deciso di non nutrirmi di altri esseri viventi. «Voglio metterli a parte delle mie scoperte e loro mi ripagano in questo modo», pensai con stizza. Divenni aggressiva e intransigente: «Non permetterò  a questi idioti di mortificarmi e mettermi in un angolo!» dissi a me stessa. Ero davvero furiosa. Non bastava dover combattere contro le preoccupazioni dei genitori che riuscivano solo a formulare ipotesi catastrofiche su probabili carenze alimentari. Dovevo impegnarmi nella lotta continua contro gente che sembrava avere come unica preoccupazione quella di farmi saltare i nervi. Alcuni si facevano i portavoce dei diritti per le carote e i cavoli cappucci: «Poveri vegetali! Non pensi alla loro sofferenza?» cantilenavano con aria di sfida. Altri superavano il limite della decenza e dopo aver masticato un pezzo di carne, mostravano divertiti il bolo provocando il disgusto non solo mio ma di tutta la tavolata. Poi c’erano quelli che ti rimproveravano: «I bambini muoiono di fame e tu non mangi la carne? Ti senti migliore di tutti noi? Non lo sei affatto! » E poi la solita “intelligentissima” domanda: «Ma se fossi in un’isola deserta mangeresti la carne?». Queste argomentazioni mi venivano sottoposte di continuo, come se la fantasia di chi si oppone ai vegetariani fosse limitata solo a questi pochi interrogativi. Ovviamente tutto ciò costituì per me un allenamento per esercitare la mia abilità verbale e rispondere a quelle stupidaggini.

E’ passato molto tempo da allora. Dopo otto anni il fuoco della mia rabbia si è estinto alla fonte della saggezza. Sì, ho usato proprio il termine “saggezza”, perché penso sia quello che incarni di più il mio attuale stadio. Non provo più quella rabbia furibonda che non mi faceva dormire per l’agitazione. Ma questo non significa che io sia meno coinvolta. Sono solo maturata. Ho capito che il più delle volte chi ti insulta non ha sin dal principio intenzione di ascoltarti.

La mia sorpresa è stata grande quando ho incontrato persone che realmente volevano conoscere il mio stile di vita. Con molte di loro ho iniziato dialoghi interessanti e ho scoperto che la rabbia, da qualunque parte provenga, nasconde la verità. In passato ho lavorato molto su questo punto. Rgionare con calma porta sempre a buoni frutti.

Sono cambiate molte cose nella mia vita. Ho proseguito con determinazione il mio viaggio verso la consapevolezza e oggi rifiuto anche di nutrirmi dei derivati animali. Sono vegan. Molti fanno l’errore di pensare che i vegan rifiutino latte, uova, miele, lana etc. semplicemente perché prodotti dagli animali. Niente di più errato. I derivati vengono rifiutati perché fanno parte di un meccanismo economico perverso che non rispetta nessuno. In primis l’uomo. E’ una lotta, una protesta contro il sistema. Mi viene in mente il famosissimo film dei fratelli Wachowski, “Matrix”. E’ come se avessi deciso di ingerire la pillola rossa e mi fossi destata nel mondo reale. Purtroppo la maggior parte della gente continua a vedere la realtà attraverso la pillola blu, grazie ad un sistema che ricopre i prodotti di lustrini e colori vivaci, pubblicizzandoli con jingle accattivanti che ti ritrovi a cantare senza rendertene conto.

Se qualcuno mi chiedesse adesso cosa significa essere vegetariani risponderei: “Rendere la vita degna di essere vissuta”. Da quando ho smesso di mangiare prodotti di derivazione animale ho conosciuto alimenti diversi e gustosi; ho appreso la gioia dell’autoproduzione, seppur di piccole cose; ho capito quanto sia importante preservare il pianeta. E’ come se i miei sensi si fossero affinati e fossi in contatto più intimo con la natura. Mi sento come un’esploratrice che ha conosciuto un mondo bellissimo ed esotico, un Eden in terra. Ora vorrei solo trovare il modo per spiegare agli altri la strada in modo che mi possano raggiungere.

Scrivi un commento