La differenza

Rossella AttaccabottoneCultura antispecista ⋅ 12 maggio 2011 ⋅ Versione per Stampa

Penso e ripenso: – Che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti della cuoca.

– O papera, mia candida sorella,
tu insegni che la morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensar d’esser cucinato.

Guido Gozzano, “I sonetti del ritorno” (1911)

Avete mai osservato un’oca mentre fa il bagno? No, non quando galleggia placida sull’acqua, ma proprio mentre si lava energicamente, inzuppandosi come una spugna.

E’ uno spettacolo buffissimo: il caro palmipede allarga le ali e le sbatte sulla superficie, sollevando nuvole di spruzzi; incurva il collo e lo tuffa sott’acqua, usandolo come una paletta per rovesciarsi l’acqua sulla schiena; si immerge completamente e si capovolge, rimanendo con le zampe all’insù, per poi agitarsi a più non posso e riaffiorare con le penne tutte spettinate. Dà veramente l’impressione di divertirsi un mondo e di essere perfettamente felice.

E’ a partire da questa impressione che Gozzano, con la semplicità e l’immediatezza che lo contraddistinguono, si trova a riflettere sul tema del pensiero e del tempo. Il risultato è un delizioso sonetto, incentrato sulla differenza che corre fra il modo umano e quello animale di affrontare la morte (e, di conseguenza, la vita).

L’oca non ha la facoltà del pensiero, almeno non come la intendiamo noi, e non è in grado di concepire la morte. Diversamente dall’uomo, non è consapevole di avere una fine. Mentre starnazza allegramente alla riva del canale non sospetta nemmeno che le “armi corruscanti della cuoca” sono pronte a farla diventare il piatto principale del pranzo natalizio (da notare la rima fra “Natale” e “mortale”, nella quale si consuma un’altra fondamentale differenza fra uomo e animale, dal momento che la festività, giorno di nascita e gioia per il primo, è per il secondo un giorno di morte).

Questo limite insito nella sua natura non deve però farci considerare l’oca un essere stupido e inferiore. Se ci convinciamo di questo, ci avverte Gozzano, commettiamo un errore molto sciocco: così facendo infatti non ci accorgiamo che ciò che ci rende mortali (e infelici) è proprio la consapevolezza di esserlo. “Solo si muore da che s’è pensato”, ed è l’oca stessa a insegnarcelo, con la sua pura e serena voglia di vita (non vi vengono in mente “I sereni animali che avvicinano a Dio” di Saba?).

La pennuta creatura non ha neppure la cognizione del tempo: non ha memoria del passato, e tantomeno sa di avere un futuro. Vive solo nel presente. La sua vita è ogni istante, e in un certo senso in ciascuno di questi istanti è eterna. Può essere così giocosa proprio perché non è cosciente del destino che l’attende. Se lo fosse non starebbe sguazzando festosa né giubilando al tramonto, e non avrebbe quindi quelle caratteristiche che il poeta osserva in lei con meraviglia e invidia.

Invidia, sì: è forte il desiderio di assomigliarle, di essere capace di godersi ogni attimo senza rimpianti o rimorsi verso ciò che è stato e senza incertezze e paure per ciò che sarà. «Non possiamo essere anche noi liberi e spensierati, come quest’oca?», sembra chiedersi Gozzano con tristezza e un pizzico di rabbia. No, non possiamo. Per il banalissimo fatto che noi non siamo oche: se per noi è difficile rassegnarci alla morte sorridendo, ancora di più lo è rassegnarci sorridendo alla vita.

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