Come incastrare i pezzi di un puzzle

Francesca Polistena ⋅ Storie di vite veg ⋅ 5 agosto 2011 ⋅

Il mio percorso verso il vegetarianesimo inizia nel giugno del 1997. All’epoca Red Ronnie, all’interno dei suoi programmi musicali, ospitava gente che come lui ne aveva fatto uno stile di vita e un pomeriggio mandò in onda il documentario di Paul e Linda McCartney.

Fino ad allora credevo che essere animalisti volesse dire essere contro le pellicce, scelta abbastanza facile, invece mi sono resa conto che c’era tutto un percorso di sofferenza degli animali legato a ciò che di più immediato avevo davanti ogni giorno: il cibo. Ho preso coscienza del fatto che prima di essere uccisi gli animali vengono privati dei diritti fondamentali: vivere in libertà e non soffrire inutilmente. Vengono rinchiusi in spazi piccolissimi, trasportati nei camion e nelle navi, spesso anche per migliaia di chilometri, in condizioni pessime, trattati come macchine, non come esseri senzienti, privati di ogni dignità.

Che senso aveva allora dispiacermi, come facevo fin da piccola, per quegli animali stipati nei tir che, vivendo sullo Stretto, vedevo passare spesso, o girarmi disgustata quando vedevo un capretto appeso a testa in giù in macelleria se poi non facevo niente per cambiare? Era come collegare i pezzi di un puzzle: non potevo continuare a vivere nell’ipocrisia. Mi ripetevo «Se non ucciderei mai un animale per mangiarlo, perché farlo fare a qualcun altro per me?» Non avevo più l’età in cui potevo credere che la carne in macelleria o polleria non fosse la stessa “cosa” che vedevo pascolare in campagna. Dovevo agire in base a quella nuova consapevolezza.

Così quell’estate, agevolata da un soggiorno in Inghilterra, ho esplorato un po la dieta vegetariana. Lì era facile scegliere, la targhetta “adatto ai vegetariani” era presente su qualsiasi tipo di cibo confezionato, in molti fast-food c’era l’hamburger vegetariano. Così, tornata in Italia e dovendo fare i conti con l’alimentazione di tutti i giorni, ho deciso di eliminare in maniera drastica quello che più mi piaceva: le salsicce arrosto. Tolte quelle, eliminare il resto è stato facile: la fettina, il prosciutto e il salame onnipresente nei panini a scuola o a merenda. Inizialmente la preoccupazione principale era trovare un sostituto della carne, soprattutto per i contenuti proteici e per tranquillizzare i miei genitori, ma dopo un po di tempo è subentrata la curiosità di sperimentare, vista la grande varietà di portate a base di legumi e cereali che fino ad allora avevo ignorato.

Certamente non sono mancate le critiche con le battute del tipo «Ah, ma anche le verdure soffrono quando le sradichi da terra», quando le verdure non hanno un sistema nervoso che faccia loro percepire dolore; oppure con gente che a tavola, dopo averti chiesto le motivazioni della tua scelta, ti fa: «Ok, ma non parlarne più, se no mi “schifo” a mangiare la carne», come se fosse una medicina da prendere, volenti o nolenti; o ancora in rosticceria, quando chiedi un “rustico” senza carne e ti senti rispondere con convinzione: «Il prosciutto non è carne».

Sono passati 14 anni e vedo comunque che essere vegetariani oggi è molto più facile. C’è una maggiore consapevolezza dei vantaggi che questo tipo di alimentazione porta. Per quanto riguarda i diritti degli animali, invece, credo ci sia ancora molto da fare.

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